Cos’è che si può salvare nella strana storia della bancarotta finiana

Al direttore - Ho letto con interesse la pagina dedicata a Gianfranco Fini e ai finiani nell’edizione di sabato, con i due articoli di Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. Mi è venuto in mente di scriverle perché, ai miei occhi, quel racconto parte da un presupposto fragile: la vicenda di Fini non è un “caso a sé”, una “storia personale nella quale il branco c’entra poco”, ma tutto il contrario. Il branco, cioè il partito, i vertici prima del Msi e poi di An e del Pdl c’entrano eccome, c’entrano moltissimo. di Flavia Perina Leggi Il fallimento di Gianfranco Fini di Alessandro Giuli - Leggi Una domanda a Fini, l'uomo con la cravatta dal colore del cane in fuga di Pietrangelo Buttafuoco
16 MAG 12
Ultimo aggiornamento: 16:34 | 22 AGO 20
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Al direttore - Ho letto con interesse la pagina dedicata a Gianfranco Fini e ai finiani nell’edizione di sabato, con i due articoli di Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. Mi è venuto in mente di scriverle perché, ai miei occhi, quel racconto parte da un presupposto fragile: la vicenda di Fini non è un “caso a sé”, una “storia personale nella quale il branco c’entra poco”, ma tutto il contrario. Il branco, cioè il partito, i vertici prima del Msi e poi di An e del Pdl c’entrano eccome, c’entrano moltissimo. Il vero strappo prodotto da Gianfranco Fini è quello con la cultura di riferimento di un piccolo e poco indagato mondo di dirigenti: una cultura minoritaria, educata alla politica come pesca delle occasioni, il cui solo scopo per quasi mezzo secolo è stato sopravvivere tra un’elezione e l’altra assumendo il ruolo di ultras di ogni emergenza: dall’anticomunismo all’opposizione al divorzio, dalla pena di morte alla fascinazione per i colonnelli greci. I quadri intermedi e i tre milioni di italiani che votavano a destra erano diversi. Mettevano la croce sulla Fiamma con disciplina, ma con tutt’altre aspettative. Non erano, e credo che Buttafuoco potrebbe confermarlo, un mondo votato alla marginalità o alla mera opposizione. Non erano né i grillini né i dipietristi dell’epoca, non avevano alcuna vocazione alla clausura: il fascismo che avevano come riferimento ideale era quello del governo delle cose, della bonifica e delle leggi sul lavoro, dell’Opera maternità e infanzia e della prima industrializzazione italiana. Votavano e aspettavano il momento in cui il voto a destra sarebbe uscito dal frigorifero per diventare di nuovo determinante nella costruzione di un paese migliore.

Il quadro politico che si è determinato nel ’94 ha fornito a quegli elettori l’opportunità che mancava da mezzo secolo e al contempo ha portato allo scoperto l’insufficienza di chi doveva interpretarla, trasformarla in concreta azione politica. Cosa resta nell’immaginario collettivo del passaggio di sindaci, ministri, sottosegretari della destra nel firmamento del potere? Qual è il gesto o la norma che ricorderemo? Ecco, direttore, l’irrilevanza della destra è il vero tabù che ha infranto Gianfranco Fini quando ha cercato di spingere i massimi vertici della vecchia An a un salto di qualità verso un profilo di tipo europeo, capace di governare questioni complesse e non solo di abbaiare contro gli avversari, dando finalmente un senso e una prospettiva a mezzo secolo di sacrifici politici. Non c’è riuscito. Mi domando cosa sarebbe successo se Gianni Alemanno o Ignazio La Russa avessero accettato questa sfida anziché titillare la voglia di guerra totale di Silvio Berlusconi, ma so che la storia non si fa con i “se”. Comunque, mi piacerebbe che l’attenzione dedicata alla supposta “bancarotta finiana” si estendesse al bilancio politico del “branco” che ha condiviso con Fini l’asse ereditario del Msi e di An. La storia della rottamazione dei valori di riferimento di un intero mondo politico passa anche di lì, dal fanatismo kamikaze con cui hanno votato l’invotabile e difeso l’indifendibile per tutelare le loro posizioni di potere, fino al surreale pronunciamento d’Aula su Ruby nipote di Mubarak che avrà fatto rivoltare nella tomba tre generazioni di militanti. E pure il “branco”, credetemi, si presta alle divagazioni estetico-politiche con cui gli amici Giuli e Buttafuoco hanno colorito i loro articoli: delle cravatte di Fini l’Italia sa tutto, perché non aprire il capitolo dei gessati da narcos di alcuni suoi ex amici? E la scoperta del fondotinta e del mascara “for man”, ne vogliamo parlare?

Infine, una nota sulla citazione che riguarda il Secolo che ho diretto insieme con Luciano Lanna. Non so se fosse “santorizzato”, come scrive Giuli. So che era un buon giornale e che cercava ogni giorno di interpretare l’anima profonda della destra italiana, molto più antica e complessa della questione del berlusconismo, che in fondo ci interessava poco e alla quale dedicavamo attenzioni marginali. E’ stata proprio la nostra capacità di mettere in rapporto il passato e il presente della destra, cercando di leggere entrambi con aderenza ai fatti, che ha indotto il “branco” a spianare coi cingoli quell’esperienza per continuare a raccontare la destra secondo il luogo comune: il-comunismo-non-passerà e poco più. Personalmente, sono comunque orgogliosa di averci provato e resto ottimista: ci saranno altre occasioni, e comunque non è stato lavoro buttato.

di Flavia Perina